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Penuria d’insegnanti e numerus clausus

Viviamo in un periodo di consistente necessità di docenti, a causa della forte ondata di pensionamenti. Ben lungi dall’essere un fenomeno improvviso, questo impellente bisogno di docenti era prevedibile con anni di anticipo. Non ci sembra tuttavia siano state elaborate strategie da parte del DECS al fine di fronteggiare la situazione per tempo. Inoltre, ora lo stesso DFA limita l’accesso di studenti.

 

 

Per la formazione Master (docenti di scuola media di scuola media superiore), la capacità di formazione si situa attualmente tra 8 e 12 posti per disciplina e per anno, per un totale di circa 140 studenti. Il numerus clausus è basato sulla disponibilità di docenti di pratica professionale (DPP) e sulle capacità formative del DFA. In diverse materie i bisogni sono però superiori.

A questo si aggiunge la scarsa attrattiva della professione (peggioramento delle condizioni di lavoro e di stipendio, …), di cui abbiamo già scritto negli scorsi mesi, che limita la possibilità di scegliere i migliori candidati ed obbliga troppo spesso a ricorrere a scorciatoie per coprire il fabbisogno. Se la logica vorrebbe insegnanti laureati ed abilitati, la realtà delle sedi si allontana sempre più da questo “ideale”.

Inoltre è il DFA e non più il DECS responsabile delle procedure d’ammissione. Ci preoccupa innanzi tutto la “carta bianca” di cui il primo dispone nel definire i criteri d’ammissione all’abilitazione, che si allontanano sempre più dal docente che ha seguito una formazione liceale e che dispone quindi di un bagaglio di cultura generale, seguito poi da una laurea nella disciplina che andrà ad insegnare. Nel suo piano strategico, con la denominazione “flessibilizzazione della formazione”1, il Dipartimento della SUPSI annuncia la volontà di favorire “l’individualizzazione del percorso di formazione”, in particolare con l’introduzione di “una procedura di validazione degli apprendimenti esperienziali (VAE) rivolto alle persone che, pur non disponendo di una formazione riconosciuta di insegnante, hanno accumulato esperienze significative nel campo dell’insegnamento o in campi affini.”

Il DFA ha quindi la libertà di valutare autonomamente – senza la supervisione di rappresentanti del DECS (quali esperti, direttori, ecc.) - la “predisposizione professionale dei candidati (motivazione, coinvolgimento personale e maturità del progetto professionale) che comprende la presentazione di un dossier di motivazione e un colloquio.”2 È vero che, una volta abilitati, i docenti devono partecipare al concorso organizzato dal Cantone ed affrontare un colloquio con gli esperti di materia e i direttori, ma a questo punto la selezione è già stata fatta – a monte – dal DFA. Una procedura discutibile e che ha già creato qualche malcontento, tra gli esperti come tra gli ex-studenti e tra gli esclusi dalla formazione.

Ci chiediamo – e chiediamo ai responsabili del DECS – come mai non è stata elaborata una strategia per fronteggiare i bisogni di insegnanti, prevedibile già anni fa, più pertinente nel rispetto dei candidati e della qualità dell’insegnamento?

Certo, la strategia dipartimentale 2012-2016 ci informa che DFA e DECS stanno elaborando dei programmi di mobilità professionale nell’ambito dell’insegnamento. Per fronteggiare la penuria di docenti ed i rischi di burnout, invece di migliorare le condizioni di lavoro – e quindi l’attrattiva della professione e limitare i fenomeni di burnout – è previsto di “concepire e realizzare formazioni che permettano una mobilità orizzontale (insegnamento in discipline diverse da quelle della formazione iniziale), rispettivamente una mobilità verticale (insegnamento in un altro livello scolastico).”3

Claudia De Gasparo

 

1SUPSI, Dipartimento formazione e apprendimento. Strategia dipartimentale 2012-2016, ottobre 2010, p. 14.

2Ibidem, p. 6.

3Ibidem, p. 16-17.

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