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Giovedì, 29 Dicembre 2011 18:54

L’importanza della relazione

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In qualsiasi ordine di scuola è indiscutibilmente importante la conoscenza e l’amore per la materia o le materie che si insegnano. Non bisogna però scordare che l’aspetto fuor di dubbio più difficile da gestire sia quello relazionale.

Le componenti, con le quali l’insegnante è tenuto a interagire nel modo più costruttivo possibile, sono più di una: gli allievi innanzitutto, i colleghi, i genitori degli allievi, gli ispettori, gli esperti di materia ... senza dimenticare, perché pure di importanza capitale, ma di valenza molto più generalizzata, il proprio ambito famigliare e la comunità umana della quale fa parte.

Le riflessioni che cercherò di esporre in questo intervento riguardano in modo preponderante il mondo delle scuole comunali, un ambiente nel quale lavoro da parecchi anni. Ho la certezza che non pochi di questi pensieri possano interessare mantenendo parecchia della propria validità anche in altri ordini di scuola.

In un documento uscito ad agosto 2011 dal DFA “Bachelor of Arts in Insegnamento nella scuola elementare” leggo che ci si concentra in particolare sulle competenze necessarie all’insegnante fin dall’inizio e che meglio vengono sviluppate in una formazione iniziale, come ad esempio le competenze legate alla programmazione o quelle legate alla dimensione della ricerca. È indubbio che la capacità di elaborare una programmazione degna di questo appellativo e la dimestichezza con le attività di ricerca, devono far parte del corredo di un insegnante, ma perché non si mette fra le competenze iniziali anche qualche modulo incentrato sui rapporti adulto-bambino e adulto-adulto. Di solito quando si pone questa richiesta di maggiore attenzione ai problemi di carattere prettamente relazionale, la risposta tipica è sempre: si tratta una dimensione che è trasversale a tutte le attività e quindi non serve trattarla specificamente. Così, dopo tre anni di formazione, ecco arrivare ancora nelle aule, come ai tempi della ormai sepolta Scuola Magistrale, e spesso peggio, giovani docenti che accolgono i genitori con diffidenza e mancanza di avvedutezza, che si trincerano impauriti dietro la cattedra durante i colloqui, che spiegano pure a madri e padri quali siano i metodi migliori per educare con indiscutibile successo la prole.

Alcuni formatori, qualche anno fa, durante un corso avevano esplicitato ai docenti di pratica professionale un problema che era scaturito confrontando un cospicuo numero di valutazioni. Le note date dai docenti di pratica professionale erano in media di un buon mezzo punto superiori rispetto a quelle che gli studenti si vedevano attribuite durante le visite da parte dei formatori. Quasi sicuramente un buon numero di questi formatori, magari con poca esperienza dal punto di vista dell’insegnamento in una classe, non mettevano sufficientemente in evidenza il fatto che per i docenti titolari la difficoltà nel condurre e interessare una scolaresca è una questione di enorme peso. Detto in altre parole, le classi che appaiono sui testi di pedagogia non corrispondono sempre alla realtà con la quale abbiamo effettivamente a che fare.

Io credo che coloro che intendono entrare come insegnanti nel mondo della scuola, debbano stare molto di più nelle aule, quelle aule che saranno l’ambiente nel quale, considerata l’estrema limitatezza di mobilità nella nostra professione, costituiranno per anni il loro preponderante ambiente naturale. Dal mio punto di vista la formazione dovrebbe comportare una presenza molto maggiore nelle classi da parte dello studente: almeno la metà delle ore computabili nei tre anni che la formazione per le scuole elementari prevede. Sarebbe sicuramente ideale poter affiancare a ogni studente una maestra o un maestro con esperienza e voglia di trasmetterla, riuscire a far entrare lo studente stesso nella vita di un istituto e poi ritornare al DFA per affinare le problematiche didattiche e metodologiche dal punto di vista più prettamente teorico. Una presenza prolungata in un istituto scolastico inoltre darebbe, al futuro insegnante, la possibilità di accorgersi quale peso enorme abbia la collaborazione fra le varie istanze operanti e, quanto sia importante, la condivisione con i colleghi delle difficoltà, spesso molto simili, che di giorno in giorno rendono complesso il nostro lavoro. Questo atteggiamento, volto a esplicitare e discutere le proprie preoccupazioni, trovando ascolto e aiuto da parte di chi opera nello stesso ambito, potrebbe costituire una prima risposta positiva e persino a costo zero, al grosso problema che ultimamente, proprio in fine di legislatura, è stato tolto dai cassetti governativi: quello del burnout riguardante i docenti.

Francesco Giudici

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