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Giovedì, 29 Dicembre 2011 18:37

Quale formazione per i futuri insegnanti?

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Le ultime vicende che hanno portato al licenziamento della direttrice del DFA all’interno della SUPSI ripropongono vecchie domande circa il modello di formazione per i futuri insegnanti, in particolare per il settore medio e medio superiore, cioè per quegli ordini di scuola a cui si accede con un titolo universitario riconosciuto.

Negli anni scorsi la decisone di affidare ad un apposito istituto la formazione degli insegnanti ha portato alla creazione dell’ASP e poi, visti gli scarsi risultati ottenuti, al DFA dipartimento di livello universitario dipendente dalla SUPSI. Il cambiamento istituzionale e di gestione, sotto la responsabilità di una nuova direttrice proveniente da un altro cantone, non ha evidentemente risolto i problemi lasciati aperti dall’esperienza precedente, come ben testimonia il suo improvviso allontanamento.

Come mai in questi anni si sono accumulati malcontento, insoddisfazione e lamentele tra gli studenti, ma anche tra gli abilitati le cui critiche, più volte enunciate, sono state minimizzate se non del tutto inascoltate? Le risposte più frequenti, da parte dei diretti interessati, quando si chiede loro di giudicare la formazione ricevuta sono senso di disorientamento o addirittura l’impressione di aver perso del tempo. Troppi moduli sono considerati di scarsa utilità, altri inutilmente pedanti ed eccessivamente lunghi, mentre quelli valutati più positivamente trovano poco spazio all’interno della griglia oraria. Se così si presenta la situazione, ma mancano colpevolmente studi statistici che possano confermare queste impressioni, i problemi di fondo non sembrano essere il “clima di lavoro” o più in generale il rapporto tra direzione e corpo insegnante, bensì aspetti di natura più profonda e strutturale.

Si pone allora la necessità di analizzare  il percorso fin qui seguito e cercare di capire se sono stati commessi errori, oppure studiare alternative rispetto al  modello formativo prescelto.

Quello attualmente in vigore affida ad una scuola universitaria a tempo pieno il compito di diplomare con la concessione di un titolo professionale i nuovi docenti. Dopo di che i candidati professori entrano nel mercato del lavoro partecipando ai concorsi e ai colloqui di assunzione organizzati dal Cantone. Il modello di per sé sembra funzionare, almeno in via teorica, anche se richiede un prolungamento di due anni di studio dopo l’università per ottenere una qualifica professionalizzante che non dà alcuna garanzia di impiego. E’ probabile che negli anni a venire, soprattutto in Ticino dopo la fase di ricambio generazionale in atto, molti neo docenti diplomati resteranno senza lavoro. Ma questo, si potrebbe dire, fa parte delle regole del mercato.

In realtà esistono nodi problematici di varia natura.

- Il titolo ottenuto deve essere riconosciuto dalla Conferenza dei direttori della pubblica istruzione (CDPE) che pone vincoli alle scuole di formazione: moduli da seguire, certificazioni in ECTS da ottenere, pratica professionale. In seno alla CDPE esistono però almeno due modelli diversi di formazione – uno cosiddetto integrato a cui aderiscono i cantoni della regione tedescofona, ed uno cosiddetto consecutivo a cui aderisce il Ticino con altri cantoni francofoni - che prevedono percorsi solo in parte simili. Inoltre esistono cantoni, come Ginevra, che non hanno aderito ai modelli della CDPE e quindi seguono una strada tutta cantonale.  Gli studenti ticinesi iscritti nelle università svizzere oltre Gottardo che vogliono abilitarsi come insegnanti, o non possono farlo perché non esiste un modello riconosciuto dal Ticino, oppure ottengono un diploma che di fatto, seppur riconosciuto, li penalizza nei concorsi cantonali perché basato su criteri meno prescrittivi (solo 30 crediti ECTS per abilitarsi in una disciplina invece dei 90 o 60 richiesti dal DFA). Allo studente ticinese non resta che seguire la formazione in Ticino, ma qui si presenta un altro grosso problema: l’iscrizione al DFA è di fatto condizionata dal numero chiuso a causa dalle insufficienti risorse di cui dispone l’istituto. Il risultato è ingiusto e paradossale. Infatti vengono attivati solo alcuni corsi di formazione, per cui in una data disciplina non c’è alcuna possibilità di abilitarsi, e il candidato resta bloccato nell’attesa e nella speranza che, forse, nei prossimi anni il corso venga attivato! Oppure il  numero di posti disponibili è limitato e una commissione interna stabilisce, dopo una prova preliminare, una graduatoria di ammissione. Molti studenti, anche in questo secondo caso, vengono quindi esclusi e restano in stand by!

- Appare evidente che nella realtà il DFA esercita una selezione in entrata, tra l’altro senza  rendere espliciti i criteri di valutazione dei candidati, in funzione dei propri mezzi e in funzione dei posti presumibilmente liberi nell’insegnamento. Allora delle due l’una: o il DFA è preposto alla formazione o all’assunzione! Come scuola universitaria dovrebbe garantire corsi di formazione a chiunque ne sia interessato e soddisfi i requisiti richiesti, diploma di bachelor o master. Il modo attuale, un ibrido tra formazione a tempo pieno, incarico limitato dopo un anno, numero chiuso, non corrisponde ai criteri stabiliti dalla CDPE e, di fatto, crea situazioni di discriminazione e di ingiustizia.

- Vista la situazione attuale e anche in previsione di una diminuzione nei prossimi anni della domanda di insegnanti, sembra più ragionevole ed economico tornare ad una formazione che inizi parallelamente alla carriera di insegnante con una prova di entrata gestita direttamente dal cantone, come avveniva fino a qualche anno fa. I vantaggi sono evidenti: il candidato accede immediatamente ad un incarico di insegnamento limitato e parallelamente segue l’iter completo della formazione richiesta per abilitarsi come insegnante. Così facendo lo studente risparmia due anni di corsi a tempo pieno e lo stato abilita solamente quei candidati che superano le prove richieste e danno assicurazioni di affidabilità. Considerato che la  CDPE sta mettendo in consultazione un terzo possibile modello di formazione, per dossier, che risponde a richieste pressanti provenienti dalla Svizzera tedesca, non si capisce perché non sia possibile richiedere un  modello completamente “en emploi” per il Ticino.

Il problema di fondo consiste nel fatto che risulta molto difficile conciliare tradizioni culturali diverse presenti nei 26 sistemi scolastici svizzeri, così come diverse appaiono le esigenze di reclutamento del corpo insegnante nelle rispettive regioni linguistiche. Sapendo che educazione e istruzione sono da sempre terreno di competenza cantonale se non comunale, pretendere di allineare ad un solo modello formativo tutti i cantoni svizzeri sembra quasi un’impresa disperata. Non resta che la via del compromesso o della richiesta di deroghe, come sta avvenendo per progetto HarmoS, che rischiano però di rimettere in discussione i presupposti di partenza complicando il quadro generale di riferimento e, spesso, come è avvenuto e avviene per il Ticino, di sfavorire i candidati ticinesi formatisi in Svizzera. Perché, non da ultimo, con la sottoscrizione della convenzione di Bologna, la CDPE certifica percorsi formativi che alla prova dei fatti risultano del tutto o in parte insoddisfacenti per le scuole ticinesi, ma così operando mette sul tappeto altre difficoltà non facili da affrontare al momento delle assunzioni.

 

Gianni Tavarini

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