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Editoriale. DFA: una questione aperta

Il dossier “DFA: una questione aperta” è il risultato di un progetto condiviso con i colleghi del Movimento della Scuola e concepito prima che la direttrice dell’istituto locarnese Nicole Rege Colet venisse improvvisamente sollevata dalle sue funzioni. Questo episodio rappresenta però solo la punta dell’iceberg di una situazione problematica che perdura da troppo tempo e che la ex direttrice ha contribuito ad aggravare, ma non a creare.

Verifiche si è spesso unita alle numerose voci critiche che ravvisavano carenze e incongruenze nel modello formativo offerto dall’ASP-DFA, suscitando negli ambienti dell’istituto locarnese reazioni stizzite e di fastidio. Spesso la redazione è stata accusata di alimentare polemiche strumentali o di arrogarsi il diritto di compiere incursioni in ambiti che non la concernevano. Insomma: la formazione degli insegnanti rappresenta una prerogativa delle scuole pedagogiche, su cui i diretti interessati, i docenti, non sono invitati ad esprimersi.

La decisione di trasferire l’ASP sotto la giurisdizione della SUPSI ha ulteriormente allontanato il mondo della scuola da quello della formazione, con l’effetto di tracciare un solco profondo e creare addirittura contrapposizione tra due mondi già poco comunicanti.

Editoriale2Il DFA attraversa una crisi profonda, acuita da un quadro federale sulla formazione dei docenti fumoso, controverso, ma prescrittivo e dal fatto che persistono problemi interni  che non sono mai stati seriamente affrontati. La credibilità di cui gode è davvero molto bassa. La formazione fa riferimento a modelli pedagogici ritenuti astratti e rigidi e molti corsi risultano agli occhi degli studenti caratterizzati da improvvisazione e scarsa qualità. Il percorso di abilitazione all’insegnamento è troppo lungo e sbilanciato sulle scienze dell’educazione, a detrimento della didattica e della pratica professionale. Lo studente, in particolare già laureato, lo affronta con rassegnazione e lo vive come una sorta di Via crucis che lo separa dal conseguimento del lasciapassare all’insegnamento.

Un numero troppo alto di formatori considera altre opportunità lavorative e abbandona l’istituto e questa emorragia fatica a essere rimarginata, anche perché sono pochi coloro che, pur potendo esibire requisiti qualificati, ambiscono a occupare i posti vacanti. La severità del giudizio rischia purtroppo di coinvolgere, senza distinguo, i molti insegnanti che con zelo e serietà cercano invece di garantire dei corsi validi, in un ambiente di lavoro difficile e ingrato. Il fatto infine che le testimonianze raccolte in questo fascicolo siano protette da riservatezza, la dice lunga sul clima di omertà e di timore che regna nell’istituto locarnese.

Nel dossier abbiamo cercato, compatibilmente con le nostre limitate energie, di dare conto di un ampio spettro di temi. I testi, scritti da prospettive diverse, possono forse apparire eterogenei, ma i contenuti si richiamano: il lettore può facilmente percepire nessi e complementarietà, fili che si intrecciano o si annodano a formare nuclei tematici che acquisiscono in questa trama rilievo e consistenza. Il dossier è animato da volontà propositiva e ci auguriamo possa contribuire ad alimentare un dibattito pubblico già avviato in questi giorni, capace di superare l’effimero orizzonte dell’attualità.

Come abbiamo detto, la crisi del DFA è sotto gli occhi di tutti e risolverla è interesse di tutti, ma occorre saper dare prova di ascolto. Occorre soprattutto procedere con umiltà e modestia in un lavoro di ripensamento e ridefinizione senza escludere possibili passi indietro. In un recente articolo Gianni Ghisla ha osservato come le scienze dell’educazione abbiano sviluppato “negli ultimi decenni un’identità […], che rende ardua la comunicazione con gli interlocutori principali, ovvero i docenti”. Ciò andrebbe ascritto ad un’identità ambigua di questa disciplina: “da un lato espressione di una certa qual arroganza tipicamente tecnico-scientifica (le spiegazioni dei problemi le abbiamo noi), dall’altro lato manifestazione di una oggettiva difficoltà e fragilità nel cogliere le sfide reali a cui l’insegnante è quotidianamente confrontato”. In questi ultimi anni le scienze dell’educazione hanno “avvalorato e legittimato sistematicamente un discorso orientato quasi esclusivamente ai criteri dell’efficacia, dell’efficienza e del controllo, dimenticando i contenuti culturali della scuola” (LaRegione Ticino, 18.XI.2011).

Eppure l’ostinata volontà di difendere le attuali scelte e cercare colpe dove non ci sono è un costume radicato, oltre che una facile scorciatoia. Si pensi ad esempio all’infelice articolo di Giancarlo Dillena, che se la prende con la “cultura assemblearistica e rivendicativa” di sessantottina memoria, e soprattutto proclama che il passaggio dell’ASP alla SUPSI, “con il suo statuto universitario, la sua cultura aziendale, la sua autonomia svincolata da certe logiche partitiche-burocratiche” non deve essere messo in discussione. Non vanno quindi neppure immaginati “passi indietro o deviazioni dagli indirizzi stabiliti” (CdT, 7.XI.2011). A queste perentorie affermazioni ci permettiamo di opporre poche semplici domande. Come conciliare questo vantato statuto universitario con le critiche pesanti e pungenti degli studenti? Come conciliare la cultura aziendale con una gestione caratterizzata da inefficienza, assenza di dibattito interno e un clima di lavoro foriero di malumori e rancori? Come mai la cultura aziendale, foraggiata con i soldi pubblici, produce esiti tanto modesti?

La Redazione

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Verifiche. Cultura. Educazione. Società

La rivista si occupa di politica scolastica nel Canton Ticino dal 1969. In questi cinquant'anni ha accompagnato l'evoluzione della scuola ticinese nelle sue mille sfaccettature, nei sui tanti entusiasmi e nelle sue molte delusioni.

Verifiche è forse l’unica rivista culturale che insieme non riceve né cerca sussidi pubblici e che non ha legami di partito, pur non nascondendo di situarsi in qualche modo “a sinistra”. Ciò le assicura un’indipendenza rara.

La rivista si è aperta da diversi anni verso ambiti culturali non strettamente legati all’educazione e pubblica contributi critici di argomento letterario, musicale, antropologico, artistico, eccetera. Essa pur tuttavia resta principalmente una rivista scritta prevalentemente da insegnanti, che cerca il suo pubblico fra chi vive la scuola e la formazione come cittadino, come fruitore, come insegnante, come studente, come genitore.

La nostra piccola rivista bimestrale vede che il suo titolo – Verifiche appunto – appare quanto mai attuale e si sforza di fare la sua parte nel suo compito essenziale di partecipazione democratica.

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