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I trecento anni dalla nascita di Rousseau

“Sono nato a Ginevra nel 1712”, scriveva Jean-Jacques Rousseau nelle sue celebri Confessioni, l’opera indirizzata ai posteri per rendere giustizia, secondo l’autore, delle polemiche che la sua controversa personalità aveva scatenato tra i protagonisti del Secolo dei Lumi. Trecento anni dopo, la sua città natale lo celebra attraverso una articolata proposta di manifestazioni che, nell’arco di alcuni mesi, intendono gettar luce sulla poliedrica personalità di Rousseau.

 

 

Accostandoci a Rousseau, il citoyen de Genève com’egli amava definirsi, ci si trova veramente di fronte a un “problema”, come suggerisce il titolo di una celebre opera di Cassirer.  Chi fu realmente Jean-Jacques? Un illuminista radicale o un negatore dei Lumi? Fu un philosophe come Diderot, Helvétius o d’Holbach, oppure la sua vita rivela che fu il primo della lunga schiera dei romantici? Fu un autore di genio oppure la sua prosa che, è vero, attrasse schiere di lettori rivela un’inclinazione alla sensibilità morbosa piuttosto che al rigore teoretico? E che dire, poi, del Rousseau botanico e musicista? Quale ruolo hanno giocato queste sue passioni nell’insieme del suo pensiero?

Ad una personalità tanto complessa, fa riscontro un’esistenza altrettanto paradossale. Abbandonata Ginevra nel 1728, dopo aver trovato sbarrata la porta d’ingresso alla città per essere giunto appena un po’ in ritardo in prossimità delle porte che, inesorabilmente, si chiudevano al calar della sera, il giovane Jean-Jacques si diresse verso Annécy in cerca di fortuna. Insieme alla città natale, il ragazzo, lasciava anche la fede calvinista in cui era stato educato per abbracciare la fede cattolica trovando, per questa nuova esperienza, una maestra e una guida in Madame de Warens che, ben presto, assunse anche il ruolo di amante. Il tempo però, è cosa nota, passa ed attenua anche le passioni più accese: così, Jean-Jacques, nel 1742, soppiantato nel suo ruolo da un più giovane concorrente, decise di volgersi verso Parigi che, verso la metà del XVIII secolo, era il cuore pulsante della vita culturale europea. A Parigi Rousseau coltivò il suo talento musicale e poté incontrare alcune fra le più brillanti personalità del tempo: Fontanelle, Marivaux, Condillac e, soprattutto, Diderot, verso cui si legò con sincera amicizia. A queste relazioni intellettuali si aggiunse ben presto un legame di carattere più passionale con Thérèse Levasseur, la donna destinata a condividere il resto della sua vita. Il 1749 rappresentò l’anno di svolta nella vita del nostro autore: mentre si recava a visitare Diderot, imprigionato nel castello di Vincennes a causa dei suoi scritti ritenuti irrispettosi nei confronti del governo e della religione, Rousseau lesse sul “Mercure de France” che l’Accademia di Digione aveva bandito un concorso a tema sul contributo offerto dalle arti e dalle scienze al progresso della società. Per Rousseau fu una specie di folgorazione che servì da catalizzatore per le molte idee che, da tempo, andava meditando. Decise, così, di mettersi alla prova e, scritto di getto un saggio nel quale accusava senza mezzi termini le arti e le scienze di aver corrotto i costumi degli uomini, vinse inaspettatamente il primo premio diventando, improvvisamente, una celebrità.

Il Discorso sulle scienze e sulle arti rovesciava le idee comuni dell’epoca. Secondo Rousseau tutto ciò che veniva esaltato come progresso aveva in realtà prodotto la decadenza del genere umano rispetto alla felicità e all’innocenza delle età più antiche. L’uomo primitivo, o naturale, come si amava affermare all’epoca, era molto più elevato dal punto di vista morale: basti pensare, ad esempio, agli spartani o ai romani dell’età repubblicana, oppure, a maggior ragione, ai cosiddetti selvaggi che gli esploratori rivelavano al mondo. Chi, nei raffinati salotti parigini avrebbe potuto confrontarsi, per purezza di costumi e rigore morale, a simili esempi? I suoi amici illuministi, che proprio di quei salotti erano gli idoli riconosciuti, iniziarono a nutrire dei sospetti nei confronti dell’ antico confratello: fin dove voleva spingersi questo bizzarro ginevrino che, dopo aver rinnegato i severi costumi della sua patria, indossava gli abiti del moralista più intransigente?

Anche il patriarca del movimento illuminista, Voltaire, che pure aveva seguito con simpatia i primi passi del suo giovane collega, iniziò a nutrire dei dubbi sulle idee di colui che, fino a poco tempo prima, trovava posto, senza dubbio, tra le fila dei sostenitori dei Lumi. Come preso da una spinta compulsiva, Rousseau iniziò a pubblicare alcune opere destinate a rivoluzionare la mentalità europea. Dopo il Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza fra gli uomini (1755) che rimetteva in discussione tutta cultura del tempo, seguirono Giulia, o la nuova Eloisa (1761), un vero e proprio manifesto dell’amore romantico in netto contrasto con la prassi libertaria (e libertina) in voga all’epoca e, forse proprio per questa ragione, in grado di provocare un profondo turbamento tra i lettori; Émile, o dell’educazione (1762) e, soprattutto, il Contratto sociale (1762), il frutto più maturo della sua riflessione politica che lascia intravvedere una concezione della democrazia assai più radicale rispetto al pensiero politico della sua epoca. Intanto, però, si andava consumando la crisi tra Jean-Jacques e i suoi amici di un tempo. La polemica sull’utilità di un teatro a Ginevra, proibito dai rigidi precetti calvinisti, segnò la rottura definitiva con Voltaire. Da quel momento, il patriarca dei Lumi considererà Rousseau alla stregua di un folle in preda ad un delirio di egocentrismo e affetto da mania di persecuzione. Il carattere di Jean-Jacques, d’altronde, inizia a mostrare i sintomi di una autentica instabilità. Nonostante il successo che ormai gli arrideva, Rousseau iniziò a vedere nemici ovunque. Nessun luogo era per lui sicuro: la corruzione dei tempi insidiava l’integrità della sua vita che, contrariamente a quanto sostenevano i suoi amici di un tempo, era sempre stata votata alla purezza. Un atteggiamento che giunse a far perdere la pazienza addirittura al mitissimo David Hume che, a causa delle bizzarrie di carattere del nostro autore, si pentì di avergli offerto ospitalità in Gran Bretagna. Sempre più afflitto da problemi nervosi Rousseau cercò di sfogare la sua ansia nella stesura delle Confessioni, l’opera che avrebbe dovuto difendere la sua memoria di fronte alle generazioni future. Ritiratosi ad Ermenonville, non lontano da Parigi, alternò l’attività letteraria alla cura delle sue due antiche passioni: la musica e la botanica fino al 2 luglio 1778 quando, poco più di un mese dopo la scomparsa di Voltaire, la morte dette infine pace alla sua anima tormentata.

Di questa personalità così sfaccettata, l’anno rousseauiano che da Ginevra trova echi in diverse località della Svizzera romanda e della Francia così come in altri paesi del mondo, propone molteplici chiavi di lettura vagliando anche aspetti non direttamente collegati alla sua attività di pensatore politico. È il caso, ad esempio, della mostra ospitata presso il Museo di storia naturale di Neuchâtel, Je vais devenir plante moi-même. Rousseau botaniste, intesa a riflettere, come recita il titolo, sull’attività di Rousseau come botanico. Perché Rousseau era attratto dal mondo vegetale? Si tratta di una domanda interessante, in grado, forse, di approfondire l’indagine sugli aspetti più contrastanti della sua personalità. È vero che la sua insofferenza nei confronti della società aveva condotto il nostro autore ad idealizzare la natura come un luogo di pace e di armonia talmente seducente da farlo sognare di confondersi con essa, ma è altrettanto vero che proprio nella botanica e nelle altre scienze naturali è possibile avvertire l’impronta della razionalità ordinatrice di chiara derivazione illuministica. Il Settecento, infatti, prima della grande avventura evoluzionistica che segnerà il secolo successivo, aveva indagato con estrema cura il mondo naturale riconoscendone le affinità, rintracciandone le simmetrie, descrivendone l’ordine generale. D’altronde, per la maggior parte dei pensatori del tempo, l’armonia del mondo era testimone della divinità che, al di sopra delle polemiche suscitate dalle diverse chiese, si poneva quale incrollabile garanzia della saldezza dell’universo e della possibilità di decifrarne la trama. L’ordine dell’universo, riconosciuto dalla maggior parte degli illuministi poneva così a fianco l’una dell’altra l’attività conoscitiva e l’esperienza estetica. Non sarebbe stato d’accordo lo stesso Rousseau?

Un tema analogo è esplorato nell’altra mostra ospitata al Museo Rath di Ginevra dal titolo De la topographie au paysage émotionnel. Lo stesso amore mostrato nei confronti del mondo vegetale Rousseau lo manifesta nei confronti del paesaggio. Si tratta, a ben vedere, della stessa attitudine: la natura quale luogo di pace e di perfezione trova spazio nelle pagine dell’autore ginevrino, in modo particolare, spicca il paesaggio del Lago Lemano che fa da sfondo alle vicende di Giulie e di Saint-Preux che fecero lacrimare schiere di lettori

La natura, secondo Rousseau, è la vera artefice di bellezza: quale opera umana può aspirare a confrontarsi con la maestà delle cime alpine riflesse nella superficie dei laghi? Quale maggior pace può essere offerta al viandante? Qui l’anima trova riposo dalle sue inquietudini, si confronta con l’immensità del mondo e, quasi, vi si confonde come avveniva al botanico Rousseau quando, attento, si chinava su una pianta che aveva colpito la sua immaginazione. Rousseau appare, in questa prospettiva, di una assoluta attualità: con un’immagine non troppo audace di fantasia si pone quasi come un rappresentante ante litteram della deep ecology dei nostri giorni postmoderni.

Risale, però, al XVIII secolo, un profondo mutamento nei confronti del paesaggio: accanto ai consueti itinerari del Grand Tour che portavano l’aristocrazia europea verso l’incanto delle città italiane, sature d’arte antica e moderna, si affiancano percorsi nuovi e non ancora esplorati. La ricerca di una vita più naturale quale si riteneva fosse quelle condotta dalle laboriose popolazioni alpine diventa motivo d’attrazione per tutti coloro che, sulla scia di Jean-Jacques, mostrano insofferenza nei confronti delle costrizioni sociali. Il desiderio di vedere con i propri occhi i luoghi delle vicende dei giovani amanti racchiuse nelle pagine di Giulia, anticipa un turismo che è già contemporaneo: l’elaborazione di un immaginario collettivo e la costruzione di un paesaggio simbolico in cui prendono corpo i sogni scaturiti dalle emozioni più intime. La visione del paesaggio viene così trasfigurata in nome di un primato dell’estetica che capovolge i presupposti della mentalità illuministica. Se per quest’ultima la natura ben indagata costituiva la fonte della veridicità, con Rousseau si ha il passaggio – per usare un’espressione leopardiana - dal vero al bello, aprendo di fatto le porte alla sensibilità del Romanticismo.

L’attualità di Rousseau, infine, è esaminata nella mostra, ospitata in diverse sedi, dal tema, Vivant ou mort, il les inquiétera toujours.1 Qual è la vera eredità di Rousseau? Considerato un maestro negli anni della Grande Rivoluzione, anzi, quasi idolatrato dai giacobini, nell’età della Restaurazione Rousseau è stato detestato dai fautori dell’Ancien Régime, ma ha continuato ad albergare nel cuore dei giovani romantici. L’autore di Giulia e delle Confessioni continuava ad essere il cantore dell’amore che dilaniava l’anima degli amanti, un’anima in cerca della purezza in un mondo divenuto irrimediabilmente ostile. La sua riflessione politica, per molti aspetti improntata ad una visione egualitaria e libertaria, ha ispirato anarchici e socialisti, il suo sincero amore per la gente semplice, ha parlato al cuore di Tolstoy. Rousseau, tuttavia, è stato oggetto di critiche feroci. La sua indifferenza per le arti ha suscitato lo sdegno di Voltaire, le sue critiche alla scienza gli hanno valso l’accusa di oscurantismo. Il culto dei buoni sentimenti e la condanna degli spettacoli teatrali non gli hanno risparmiato l’accusa di bigotteria, mentre l’ambigua posizione della donna che emerge dalle sue opere non lo hanno reso esente dal sospetto di misoginia. Che dire, poi, del suo pensiero politico? Cosa significa veramente quella “volontà generale” che dovrebbe costituire il perno dell’azione politica? Si tratta della ricerca del più autentico spirito democratico, oppure è un’idea che apre le porte a tutti i totalitarismi o populismi che, rifacendosi ad una presunta interpretazione autentica della volontà del popolo, soffocano di fatto qualsiasi libertà? Già Bertrand Russell nella sua Storia della filosofia occidentale, annoverava Hitler e Mussolini tra la progenie ideale di Rousseau. Allo stesso modo, partendo dal culto riservato da Robespierre alla memoria dell’autore del Contratto sociale, può essere possibile ascrivere Rousseau tra gli ispiratori della degenerazione staliniana della Rivoluzione d’ottobre, così come il Terrore aveva distrutto le generose speranze dell’Ottantanove.

È vero: nelle pagine di Rousseau è possibile rinvenire traccia di tendenze inconciliabili, constatare esiti spesso contraddittori nel suo pensiero. Sembra quasi che la tormentata anima del ginevrino abbia tentato di cogliere nella sua interezza il divenire di una società avviata verso una profonda trasformazione. Sotto questa luce è possibile decifrare il “problema” Rousseau nei termini di un pensiero non del tutto formato, di una riflessione che privilegia il “volere” piuttosto che lo “spiegare”. Probabilmente per questa ragione, il nostro autore incontra spesso il favore degli adolescenti, perché anch’essi si sentono incompleti e desiderano soddisfare le inquietudini che agitano quell’età. È di questa opinione Michel Onfray che, nelle pagine del numero speciale de “L’Hebdo” dedicato all’anniversario rousseauiano, confessa di aver amato profondamente Rousseau negli anni della sua adolescenza. Ma poi? Se si pensa al moralismo di fondo dell’autore dell’Emilio, un libro, tra l’altro, in cui la pedagogia mostra il suo volto autoritario, se si considerano le contraddizioni di cui è intessuta la sua vita, il giudizio si fa più oggettivo. Come è possibile, osserva Onfray, voler essere scrittore e disprezzare contemporaneamente la stampa che dovrebbe garantire la libera espressione delle idee? Forse, si chiede il filosofo francese, Rousseau conduce le idee progressiste su un percorso errato, intriso di moralismi e irrigidito in sinistri totalitarismi. Non è meglio, allora, seguire un’ispirazione più edonista, improntata ad una concezione libertaria della società? In fondo l’Illuminismo è stato anche questo.

 

Tiziano Moretti

 

1 Biblioteca di Ginevra, Fondazione Martin Bodmer a Cologny e Istituto e Museo Voltaire alle Délices

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