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Appelli agli intellettuali

Un Paese idealmente separato dal proprio passato, è un Paese in crisi di identità e dunque disponibile, senza valori da cui trarre ispirazione e senza quel sentimento di fiducia in se stesso che nasce dalla coscienza di uno svolgimento coerente con il proprio passato che si pone come premessa e garanzia del futuro.

 

Considerate la vostra semenza
Fatti non foste a viver come bruti
Ma per seguire virtute e conoscenza
 (Dante, Inferno, canto XXVI, 116-120)

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Un Paese idealmente separato dal proprio passato, è un Paese in crisi di identità e dunque disponibile, senza valori da cui trarre ispirazione e senza quel sentimento di fiducia in se stesso che nasce dalla coscienza di uno svolgimento coerente con il proprio passato che si pone come premessa e garanzia del futuro. Così, qualche tempo fa, lo storico Rosario Romeo, ha delineato la pericolosità che si annida in una società senza una coscienza culturale, storica, sociale. Fatalmente finirebbe per  condizionare il suo futuro economico, sociale, politico: condizioni essenziali alla base di ogni società che vuole proporre una sua normalità, un suo inserimento in un contesto dalle aspirazioni meno approssimative e meno confuse.

E’ da qualche anno che in Ticino si sovrappongono gli appelli agli “intellettuali” per prese di posizione nei confronti di chi del populismo e della demagogia ha fatto scelta di vita. E di interessi. Gli appelli, e non potrebbe essere diversamente, finiscono sempre per coinvolgere anche la scuola e la sua azione educativa.

Recentemente ci sono stati spiragli di interventi.

Franco Zambelloni affronta il tema del populismo con un testo nella sua settimanale rubrica, “Società e civiltà” dalle colonne del “Caffè” (11.marzo 2012): Le malattie infettive della democrazia. Zambelloni denuncia i rischi della demagogia e del populismo presenti nella campagna elettorale delle elezioni comunali e rende attenti, con un appropriato richiamo a Stefano Franscini che La democrazia non è solo maggioranza che vota; è anche minoranza che pensa.

E sullo stesso numero del Caffè Giò Rezzonico, Quando eravamo crocevia di culture, ricorda tutti i movimenti culturali sorti in Ticino e le figure di intellettuali, venuti dal Nord all’inizio del Novecento (Monte Verità, sopra Ascona; l’Elisarion a Minusio; Max Frisch nella valle Onsernone; Aline Valangin a Comologno; Hermann Hesse a Montagnola…) e la poca attenzione nei confronti di questa ricchezza intellettuale: ieri come, soprattutto, oggi.

Per restare in tempi molto più vicini, non so quanti abbiano prestato la dovuta attenzione, oltre alla presenza contingente, alle dipartite di Mario Agliati e Amleto Pedroli lo scorso mese di ottobre. E sul finire del mese di settembre se n’era andato anche il grigionese Remo Fasani. Nobili figure, ognuno a modo loro, che nella difesa della cultura, del rispetto di Istituzioni, di persone, tradizioni e storia del Paese hanno consacrato un’intera esistenza. Tre uomini di scuola quotidianamente a contatto con i problemi, quelli reali, della società. Tre uomini formatisi nelle Università italiane e svizzere sotto la guida di eccellenti maestri, che hanno lasciato il segno. Ma hanno saputo, soprattutto, inculcare quelle regole inderogabili del vivere civile, del rispetto dell’altro partendo dalle letture di antichi autori fino ai contemporanei.

Dopo la grande lezione di vita dalla comparsa improvvisa, dopo l’8 settembre 1943, delle personalità di spicco della cultura italiana, arriva l’epoca delle pagine culturali sui quotidiani, con l’arricchimento di due premi letterari, il Libera Stampa e il Premio Lugano assegnati a scrittori italiani e ticinesi, e dei grandi fermenti nel Cantone che hanno visto protagonisti i giovani Pino Bernasconi, Eros Bellinelli, Adriano Soldini, Renato Regli, Giorgio Orelli, Maro Agliati, Felice Filippini… !

Nel tempo ho incrociato il poeta Remo Fasani alla Biblioteca cantonale di Lugano in occasione della presentazione di qualche testo o di qualche conferenza. Amleto Pedroli alla Biblioteca era di casa e difficilmente mancava un qualche appuntamento proposto dall’allora direttore e grande organizzatore culturale Adriano Soldini. Una conoscenza fatta di ammiccamenti e di sorrisi. Con Mario Agliati il rapporto è stato duraturo e frequente. Quasi amicale.

Conosciuto all’inizio degli anni Settanta, quando era anche tutor ai corsi pavesi per l’ottenimento della patente di maestro di Scuola maggiore. Per tre anni sono stato felice autista tra Lugano e Pavia, con indimenticabili fermate, durante i mesi caldi, a Binasco a bere delle gazzose eccezionali. Così come ci aveva fatto conoscere il ristorante Piazzolo di Como famoso per la bontà del risotto, grazie ad un articolo apparso su Illustrazione Ticinese, all’inizio del Novecento, firmato da Francesco Chiesa.

Una vera miniera di notizie. E un eccellente conservatore, e propagatore, di memoria condivisa. Provate a leggere gli articoli memorabili sul suo Cantonetto corredati da lunghissimi riferimenti bio-bliografici che trasportano nel fantastico mondo delle epopee. Aveva letto di tutto e memorizzato senza lasciare spazi vuoti.

Nel 1996 ricorda sulla sua Rivista il sindacalista Domenico Visani, scomparso nel 1969: A mio giudizio gli anni che più affascinano di Visani sono quelli della giovinezza. Egli era (come ricordo disse nel suo discorso al cimitero di Lugano Dario Robbiani, in ciò giustamente intendendo fargli onore) un “badòla”; il che dovrebbe far riflettere coloro che discettano di storia politica e sociale del Ticino senza tener nel debito conto tutte le componenti. Era infatti nato a Palazzuolo di Romagna, ma non poteva dirsi totalmente  un romagnolo; piuttosto era un romagnolo – toscano, ché la località appenninica era già allora in provincia di Firenze, e se è vero ch’essa sta sulle rive del Senio (dal quale prende l’attuale nome), cioè di un fiume affluente del pascoliano Reno, è parimente vero che nel suo trecentesco palazzo dei Capitani del Popolo s’incontrarono nel 1506 il papa Giulio II e Nicolò Machiavelli, inviato della Repubblica fiorentina. Il padre Giuseppe, profugo come tanti del ’98, aveva trovato domicilio a Biasca, come scalpellino; e nel ’99 era stato raggiunto dalla moglie e dal figlioletto Domenico, di cinque anni appena. E vogliono essere significativi tanto la data quanto il sito (2). E la nota (2) rimanda ad una ricerca di Nelly Valsangiacomo. Che testo magnifico scritto con il semplice ausilio della memoria e senza motori di ricerca.

Mario Agliati è stato ricordato, in occasione della sua dipartita, anche per  l’impegno nel sociale. Durante le numerose iniziative contro “l’inforestieramento”, che brutta parola per camuffare gli intenti xenofobi e razzisti, Mario Agliati era sempre in prima fila nella difesa dei diritti di tutti ricordando ad ogni piè sospinto le grandi emigrazioni di massa dei ticinesi tra l’Ottocento ed il primo Novecento. E, mettendo in evidenza il ruolo nella società ticinese anche dei badòla, amava ricordare le volte che, durante le campagne delle iniziative di Schwarzenbach, di primissima  mattina andava in giro con un pennarello a cambiare nei manifesti il “sì” in “no”, così come le preoccupazioni di Adriano Soldini che gli potesse capitare qualche brutto incidente in questa sua attività di pirata.

Nell’Editoriale si accenna ad un suo articolo sulla Repubblica della Padania? all’epoca dell’apertura del Parlamento padano a Mantova. È un articolo da leggere per intero per la ricchezza delle argomentazioni, per la bellezza descrittiva di monumenti, Palazzi, ambienti, per la contrapposizione con la povertà intellettuale, sia livello di linguaggio che di argomenti, dei nuovi vichinghi. Un articolo che cita tutti i personaggi, di ieri e di oggi, che hanno fatto grande la città di Mantova e la Regione lombarda e conclude scherzosamente: Ha un bel vagheggiare, il Bossi, un Giro della Padania: sarà sempre un quissimile, pur se dilatato, del Giro di Lombardia e del Giro del Piemonte. La concorrenza dell’Italia unita sarà nel punto semplicemente insostenibile. Tanti anni fa, un po’ scherzosamente, noi facemmo a Benedetto Croce l’appunto di non aver citato nella sua Storia d’Italia  dal 1871 al 1915, la nascita nel 1909 del Giro che fu essenziale. Più incisivamente unitario di Mazzini, allora, il lombardissimo Luigi Ganna. E ora abbiamo l’ardimento di ripetere l’appunto, non del tutto scherzosamente.

Mario Agliati  era un uomo di grandissima generosità ed umanità. È stato per anni punto di riferimento per moltissimi italiani attraverso il Circolo Operaio Educativo. Ed ogni inizio anno, il 6 gennaio, organizzava la Befana per i figli degli immigrati nei locali del Consolato Italiano.

Un episodio mi colpì moltissimo. Un giorno, alla stazione di Vicenza, Agliati era stato avvicinato da un giovane in evidente difficoltà che gli aveva chiesto un aiuto in denaro. Soddisfatta quell’esigenza, aveva preso il treno per Lugano. Il giorno dopo, leggendo su un giornale la notizia che era stato trovato alla stazione di Vicenza il cadavere di un giovane, non riuscì a farsene una ragione, lamentando, e chiedendosi cosa avrebbe dovuto o potuto fare di più per salvare quello sventurato. Se n’era fatta una malattia e quel ricordo l’ha accompagnato per lungo tempo.

Torniamo agli Appelli. Certo vanno bene i richiami agli intellettuali che dovrebbero manifestare il loro dissenso nei confronti dell’imbarbarimento dei costumi e della vita sociale. Ma basta? E la società civile? E la scuola? E le parrocchie? E l’associazionismo? E i partiti? E i sindacati? E … ?

Nessuno penso nasconda la complessità della questione. E se il vento elettorale arride ai fautori del vezzo al turpiloquio, dell’offesa ad oltranza e dell’ingiuria, dell’ intimidazione di chiunque osa frammettersi tra gli interessi dei pochi e il bene comune, forse le responsabilità vanno ricercate più in profondità.

Ecco, forse è arrivato il tempo di cominciare a chiedersi: Ma io cosa ho fatto per ridurre i rapporti umani e sociali in uno stato di completa e nauseabonda decadenza?.

Potrebbe essere un inizio. Certo non l’unico. Ma sempre un inizio.

Rosario Antonio Rizzo

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La rivista si occupa di politica scolastica nel Canton Ticino dal 1969. In questi cinquant'anni ha accompagnato l'evoluzione della scuola ticinese nelle sue mille sfaccettature, nei sui tanti entusiasmi e nelle sue molte delusioni.

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